Per la nostra rubrica 4 chiacchere con...ci siamo incontrati con il Dottor Franz Zipper, medico e delegato del Soccorso Alpino del CAI, nonché grande appassionato del nostro amato vulcano, per saperne di più su questo corpo di volontari che spesso sono veri e propri angeli.
Dottor Zipper ci parli di lei e del suo ruolo all'interno del soccorso alpino del Cai.
Ho 58 anni,sono docente nel Dipartimento di Medicina Interna e Medicina Specialistica dell’Università di Catania. All’inizio della mia carriera sono stato medico della Federazione Italiana Sport Invernali e medico sportivo.
In atto nel Soccorso Alpino del CAI ricopro la carica di Delegato della XXI Zona Alpina e ho inoltre la qualifica di medico perfezionato sull’emergenza ad alto rischio in ambiente alpino.
Cosa l'ha spinta a far parte del Soccorso alpino?
Ho sempre frequentato le montagne, la nostra montagna, anche per inveterata tradizione di famiglia. Mio nonno, del quale porto il nome, nei primi anni Venti, appena venuto dalla Germania si iscrisse nella Sezione di Catania del Club Alpino Italiano e ne fu parte attiva. Mio padre fu anch’esso socio del CAI, più volte Dirigente, nonchè Presidente negli anni 70. Durante la II Guerra Mondiale papà, quale Ufficiale degli Alpini, si distinse nei diversi fronti di guerra ove fu impegnato. L’esperienza maturata in quelle circostanze lo segnò moltissimo: non amava parlare della guerra, ma ricordava spesso, con grande commozione, gli episodi di solidarietà umana cui ebbe modo di assistere e partecipare con i suoi Alpini.
Così, agli inizi degli anni Ottanta, finita la mia parentesi agonistica nello sci alpino, e conseguita la laurea in Medicina, pensai che fosse mio dovere continuare la tradizione di famiglia e mettere a disposizione la mia passione per la montagna e per l’Etna e la mia modesta competenza medica per scopi umanitari, realizzando un connubio tra ciò che mi piaceva, frequentare la montagna, e ciò che poteva essere utile per la collettività in questo specifico settore.
Ci può raccontare in breve la storia del soccorso alpino in Sicilia?
Come dicevo, i primi interventi di soccorso per così dire organizzato risalgono agli anni Venti, allorchè si verificarono alcuni gravi incidenti tra i quali fece storia quello mortale di Gino Menza, occorso in Valle del Bove in cui rimase ferito anche il mio predecessore, la Guida Alpina Emerita Filippo Perciabosco, portato giù da una squadra della quale faceva parte anche mio nonno.
Poi vi fu un lungo momento di silenzio, culminato con gli eventi bellici. Alla metà degli anni Cinquanta, con la ripresa e l’espansione dell’attività turistico-escursionistica, il Soccorso Alpino dovette di necessità dotarsi una vera e propria struttura organizzata anche in Sicilia, e ciò avvenne, su impulso della Sede Centrale del CAI in analogia con quanto verificatosi nel Nord Italia, per iniziativa del Cav. Perciabosco e delle Guide Alpine dell’epoca con la costituzione della XXI Delegazione Sicula del CNSAS.
Che mansioni ricopre oggi il Soccorso alpino del CAI, come è strutturato e di che mezzi dispone?
Oggi il Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico (C.N.S.A.S.) è una Sezione Nazionale del Club Alpino Italiano, istituita e regolamentata da Leggi dello Stato con finalità di prevenzione e soccorso in zona montana ed impervia.
Diviso in Servizi Regionali, Zone Alpine e Speleologiche (Delegazioni), che comprendono a loro volta Nuclei Operativi con competenza territoriale (Stazioni), il CNSAS è stato incluso, ai sensi della Legge n. 225 del 1992, nell’ambito delle Strutture Operative Nazionali della Protezione Civile. La Legge n. 74 del 2001, riconoscendo definitivamente l’alto valore civile e sociale della nostra Associazione, ne ha ampliato le prerogative, attribuendogli ruolo prioritario nelle operazioni di soccorso in montagna, con compiti di coordinamento per le Organizzazioni affini, militari e civili, funzione di concorso negli interventi di Protezione Civile, di collaborazione esclusiva con il Servizio Sanitario Nazionale per il soccorso in zona impervia, di formazione specifica per il volontariato (medici, cinofili, tecnici di elisoccorso, speleo sub,etc.).
In Sicilia esiste un Servizio Regionale del CNSAS comprendente due Delegazioni: la X Delegazione Speleologica, suddivisa in due Nuclei operativi (Sicilia occidentale, con sede a Palermo, e Sicilia Orientale, con sede a Catania) e la XXI Delegazione Alpina, che ho l’onore al momento di dirigere, articolata nelle stazioni di Etna Nord – Linguaglossa, e di Etna Sud – Nicolosi,
Al Soccorso Alpino Siciliano appartengono la maggior parte delle locali Guide Alpine e Vulcanologiche, molti dipendenti delle Società degli Impianti di risalita, maestri di sci, ingegneri, geologi, medici, finanzieri del SAGF, agenti del Corpo Forestale, comunque tutte persone competenti ed appassionate di montagna.
Per quanto riguarda la disponibilità in mezzi, l’esistenza, nelle Regioni del Nord e del Centro Italia, di Leggi Regionali che riconoscono l’Utilità Sociale del Soccorso Alpino, consente a quei Servizi di essere sufficientemente supportati finanziariamente e di fare fronte a tutte le necessità che l’evoluzione tecnologica, particolarmente rapida, direi tumultuosa nelle metodologie del soccorso, impone. Purtroppo la Regione Siciliana non ha invece ancora provveduto a legiferare in materia, anche se esiste agli atti dell’ARS un Disegno di Legge, recentemente depositato, che ci riguarda e che speriamo vada presto a buon fine. Né, ad eccezione dei Comuni Montani e della Provincia Regionale di Catania, che elargiscono piccoli contributi finalizzati, disponiamo di altre risorse.
Per tali considerazioni il Soccorso Alpino Siciliano in pratica si autofinanzia: gli automezzi utilizzati sono i nostri, e l’acquisto delle attrezzature di uso collettivo destinato agli interventi ed alle indispensabili esercitazioni preventive (barelle, toboga, corde, materiale alpinistico e di autoprotezione, radio, presidi sanitari, etc.) è interamente a nostro carico, salvo i contributi, di entità comunque insufficiente, cui facevo cenno prima.
Quali interventi sono maggiormente richiesti su un territorio particolare come quello etneo?
A parte la collaborazione sulle piste da sci col personale della Polizia di Stato, per le necessità correlate (prevalentemente traumatologia da sci) e gli incidenti ai gitanti del periodo invernale, veniamo spesso chiamati per operazioni di ricerca in caso di mancato rientro. Si tratta di interventi particolarmente gravosi, spesso di lunga durata, che impegnano a fondo le nostre risorse umane e materiali. Vi sono poi gli interventi tecnici propriamente detti (recupero in ambiente impervio con metodi alpinistici) e le operazioni di Protezione Civile. A quest’ultimo riguardo, ad esempio, lo scorso anno siamo stati impegnati complessivamente con 30 nostri volontari, provenienti da Etna Nord ed Etna Sud, e con i Gruppi Speleologici nell’alluvione che ha sconvolto la Provincia di Messina.
Cosa deve fare un volontario per partecipare al soccorso alpino e che competenze deve possedere?
A parte la conoscenza approfondita del territorio su cui si opera e la competenza tecnica (oggi un buon operatore di soccorso alpino deve sapere sciare sia su pista che fuoripista, arrampicare, progredire su ghiaccio, sapere utilizzare una radio, un GPS, sapere come comportarsi a bordo di un elicottero, avere nozioni quanto meno basiche di primo soccorso, etc.), occorre soprattutto una grande passione e disponibilità umana. Spesso le operazioni di soccorso avvengono di notte, in condizioni climatiche inclemente, in taluni casi si rischia e si fanno rischiare i propri compagni.
Vorrei sottolineare inoltre che lo stato giuridico dei volontari del soccorso alpino è quello proprio degli incaricati di pubblico servizio, per cui il mancato intervento configura il reato di omissione di soccorso e di omissione di atti di ufficio. Quindi la azione di volontariato nel nostro caso è particolare, nel senso che noi, sia pure per nostra scelta volontaria,e quindi non remunerata, siamo delegati dallo Stato ad un ruolo che prevede adeguata professionalità, e quindi obbligati ad avere la massima competenza e costante aggiornamento tecnico, e non possiamo rifiutare, senza giustificato motivo, il nostro intervento.
Per fare parte del soccorso alpino bisogna pertanto avere preliminarmente conoscenza del territorio e della montagna, di tecniche alpinistiche di soccorso e di soccorso sanitario; ciò posto, occorre poi formulare istanza ad una Stazione di Zona, frequentare da aspiranti volontari per un anno; soltanto al termine di questo itinerario sarà possibile passare, dopo un test attitudinale, nei ruoli effettivi.
Come fare e quando contattare i soccorsi?
L’attivazione del nostro intervento può essere richiesta tramite i numeri di pubblica utilità. In particolare nella Provincia di Catania funge da Centro di Coordinamento la Sala Operativa della Guardia di Finanza, contattabile tramite il numero telefonico 117. Ma spesso siamo chiamati anche dalle Società degli Impianti o direttamente tramite i nostri numeri di reperibilità. I soccorsi vanno richiesti in tutte le circostanze in cui si configura una situazione di pericolo o in caso di mancato rientro. Essenziale però che chi allerta il Soccorso Alpino raccolga preliminarmente e con la massima cura il maggior numero di notizie possibili circa l’evento e rimanga reperibile e disponibile a fornire tutte le informazioni che si rendessero necessarie alle squadre.
Il Soccorso alpino collabora spesso con altre istituzioni. In che termini si concretizzano tali collaborazioni?
Da quando mi occupo di soccorso sulle montagne di Sicilia, sono un convinto e pervicace assertore della necessità inderogabile che, indipendentemente dal proprio ordinamento interno e dalle proprie prerogative, le forze in campo, dotate tutte di alta professionalità, si coordinino, specialmente in operazioni di lunga durata e/o di ricerca, a prescindere da preesistenti accordi formali di collaborazione. In ogni caso noi operiamo con il Soccorso Alpino della Guardia di Finanza, anche in virtù di una Dichiarazione di Principio Nazionale esistente in dal 1996; col SAGF di Nicolosi esiste un rapporto molto buono, consolidato, come consolidati sono i rapporti di amicizia personale col Comandante Granata e con diversi suoi componenti. Buoni sono anche i rapporti con Corpo Forestale e col Soccorso Alpino della Polizia di Stato, che dispongono anch’essi di personale preparato e motivato. Riceviamo spesso collaborazione anche da altri Enti di Volontariato, tra i quali ricordo le Misericordie, la CRI, i Rangers, etc., ma non vorrei fare torto ad altri.
Desidero citare a parte le Forze Armate, ed in particolare i Gruppi di Volo della Marina Militare, con personale altamente professionale e umanamente sensibile alle nostre esigenze: con gli elicotteri della Marina abbiamo portato a termine missioni molto delicate, e spesso con successo. Ma vorrei ricordare in particolare, infine, la Funivia dell’Etna, che mette a disposizione senza alcun problema i suoi uomini ed i suoi mezzi; senza la disponibilità della Funivia e la competenza dei suoi uomini, molti soccorsi non si potrebbero fare. Non menziono le Guide perché le considero persone per così dire di famiglia.
Come è andata la stagione invernale 2009/10 dal punto di vista dei soccorsi?
E’stata una stagione sotto questo punto di vista sin qui tranquilla, forse perché le condizioni meteo, spesso cattive, ed il vento hanno spinto alla prudenza gli sciatori e gli escursionisti. Non abbiamo avuto molti incidenti su pista, ed in ogni caso quelli verificatisi non sono stati gravi. Siamo stati chiamati in due circostanze in Demanio Forestale per escursionisti che avevano problemi per il rientro, ma sono state, oggettivamente, operazioni di impegno non rilevante.
Quali interventi ritiene necessari per migliorare la sicurezza sull'Etna sia per gli sciatori che per gli escursionisti?
E’importante, anche se molto si è già fatto, migliorare ancora le condizioni delle piste da sci, pur non dimenticando il limite rappresentato dalla natura vulcanica del nostro terreno e dall’irregolarità delle precipitazioni nevose naturali. Indispensabile, - ed in questo l’Etna è estremamente carente, come carenti sono le montagne viciniori-, una adeguata tracciatura dei sentieri per gli escursionisti. Ancora, visto che gli incidenti più gravi durante il periodo invernale, -sembra assurdo, ma è così-, occorrono ai gitanti della domenica, predisporre delle aree prive di ostacoli destinate agli slittini e mezzi similari. Molto utile sarebbe anche realizzare delle elisuperfici di soccorso in quota e provvedere ad una adeguata manutenzione di quella ubicata nei pressi del Rifugio Sapienza, gravemente deteriorata.
Infine, mi si consenta la deformazione professionale, occorre attrezzare i servizi sanitari esistenti alla stregua di effettivi Presidi Territoriali di primo soccorso.
Spesso gli incidenti in montagna accadono per colpa della scarsa conoscenza del territorio e di norme di sicurezza. Che consigli vuole dare agli appassionati che si recano in montagna?
Sono norme più volte divulgate, ma ripetersi è sempre utile.
Inizio, anche se può sembrare banale, raccomandando sempre prudenza, prudenza, prudenza. L’ambiente di montagna può diventare improvvisamente ostile: sull’Etna, in particolare, le condizioni meteo variano in maniera subitanea e non sempre le previsioni corrispondono agli eventi microclimatici locali; quindi,-mi riferisco in particolare agli escursionisti ed agli sci alpinisti-, mai avventurarsi da soli o presumere che gli incidenti capitino solo ai meno esperti. Commisurare l’itinerario alla propria abilità fisica e tecnica, essere adeguatamente attrezzati, ma non fidare troppo sulla tecnologia (GPS, cellulari, radio, etc.). Comunicare sempre ad altri il proprio itinerario e l’orario di massima di rientro.
Se è necessario, bisogna saper ritornare indietro: non è mai una sconfitta, o una confessione della propria inadeguatezza e dei propri limiti. La prudenza è espressione di intelligenza, e di cultura di montagna.
Per gli sciatori su pista, adeguare la scelta della pista alla propria capacità tecnica, limitare sempre la propria velocità, specialmente in presenza di condizioni di neve non ottimali e/o di persone meno capaci. Per gli snow-bordisti, evitare evoluzioni che comportino incroci con i tracciati battuti ed evitare, -lo stesso vale per gli sciatori tradizionali-, percorsi fuoripista all’orario di chiusura degli impianti.
Sull'Etna purtroppo è nota l'assenza di rifugi in alta quota. Non pensa che ciò potrebbe essere un elemento di sicurezza maggiore?
Sono assolutamente d’accordo. Alcuni anni fa, noi del CNSAS, insieme con la Guardia di Finanza ed il Corpo Forestale, fummo convocati dal Dipartimento Regionale di Protezione Civile per pianificare sull’Etna una rete di rifugi di alta quota. Nel corso della riunione, concordammo sull’utilità di tali infrastrutture che io chiamerei meglio bivacchi o ricoveri, sulla loro ubicazione, sulle attrezzature delle quali dovevano essere dotati. Fu redatto un verbale, ma poi, come accade spesso sull’Etna, non se ne è fatto niente...
Ci può raccontare uno o più aneddoti che le sono rimasti particolarmente impressi?
Scorrono davanti ai miei occhi come fotogrammi, istantanee, i ricordi indelebili di 34 anni di interventi. Immagini a volte tristi, penose: l’atmosfera spettrale, il silenzio surreale che trovai nell’area craterica il 22 Settembre 1979, quando, allora giovane medico, fui chiamato per l’opera pietosa di ricomposizione delle 9 salme, dopo l’esplosione della Voragine Ovest; il recupero con l’elicottero del corpo di Luca Taffara, dopo due giorni di ricerche, e lo sguardo pieno di dolore dei suoi familiari; il recupero di Thomas Reichart, fotografo tedesco che ha pagato con la vita la sua struggente passione per l’Etna; i quattro forestali intrappolati nell’incendio di Mitogio, e la mia sensazione di sconfitta quando, verricellato da un elicottero dei Vigili del Fuoco, mi resi conto che non si poteva fare nulla, che erano già tutti morti. Senso di sconfitta che vivo sempre sulla mia pelle, con dolore personale molto intenso, quando il soccorso non va a buon fine.
Ma anche sensazioni molto belle, e tra queste il salvataggio con l‘elicottero nel 1986 di una speleologa bolognese, gravemente ferita nelle gole del Cassibile. Mi piace molto ricordare in particolare anche il recupero nell’Agosto 1993 di due fratelli rimasti feriti e bloccati nelle balze sovrastanti Alcara Li Fusi, sui Nebrodi. In quell’occasione andammo con diverse squadre, erano presenti alcune Guide, diversi Finanzieri; fummo trasportati con quattro elicotteri, e le operazioni si svolsero in un anfiteatro naturale, tra le montagne, alla presenza di un intero paese che trepidava per le sorti dei suoi concittadini. Risuona ancora nella mia mente, con particolare soddisfazione, il lungo applauso con cui alla fine, prima di imbarcarci sugli elicotteri per il rientro, fummo salutati dalla popolazione, anche se avevamo fatto soltanto il nostro dovere.
Mi piace anche ricordare la squadra, veramente straordinaria, composta da Guide, da Finanzieri, dagli Incursori e dagli Elicotteristi della Marina, nonché da noi del CNSAS (io ero il medico del gruppo) che operò all’unisono in Valle del Bove durante l’eruzione dell’Etna del 1991-1993.
Gli aneddoti: lo sguardo rassegnato, ma al tempo stesso sereno di un cane, salvato con una teleferica alpina, durante una piena del Simeto, a Bronte; gli occhi intelligenti e grati del cavallo Diamira, portato al sicuro lo scorso anno in Demanio Forestale; ma soprattutto rievoco con simpatia l’estrema difficoltà nel far capire ad un contadino di Ginostra, nell’isola di Stromboli, ove arrivammo con l’elicottero della Marina in occasione dello tsunami nel Dicembre del 2002, che materialmente non era possibile caricare il suo mulo sul mezzo aereo.
Ed alcune persone che vuole ricordare?
Un pensiero commosso va innanzittutto a mio padre, maestro anche di eticità montanara, ai Caduti in Montagna, ed agli Amici di montagna che non ci sono più. Una menzione riconoscente a Turi Mazzaglia, cui mi sento molto legato, ed a suo fratello, il mio amico “mastro”, Alfio Mazzaglia, persona di grande umanità, che mi ha fornito insegnamenti fondamentali per l’approccio alla complessa realtà della montagna e del vulcano Etna; per le stesse ragioni a Turi Carbonaro, a Nino Mazzaglia ed alle Guide in generale.
Vorrei citare inoltre Giovanni Tomarchio, con la mia ammirazione per la sofferta vena poetica con cui commenta le sue immagini, sempre straordinarie, della prorompente vitalità dell’Etna; Antonio Pollino, pilota di elicotteri della Marina, di estrema abilità tecnica e sensibilità umana, con cui ho vissuto esperienze di volo e di soccorso veramente indimenticabili.
E vorrei ringraziare infine tutti gli amici del CNSAS, a partire dai fratelli Diolosà e da Giovanni Mazzoleni, da Iuzzo e Nino Cristaudo, che con generosità ed altruismo continuano a credere nei valori della solidarietà umana in montagna.
Un saluto infine a tutti voi di EtnaSci, con un sentito grazie per l’impegno, sincero e disinteressato, e la passione che, con freschezza e slancio giovanili, dedicate alla Montagna.
Siamo noi, Dottor Zipper, che la ringraziamo per l'impegno profuso, per il suo prezioso lavoro e il tempo che gentilmente ci ha concesso.




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