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Indagine sul rischio idrogeologico dei torrenti etnei del versante S-E Etneo

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Uno studio dell’I.R.M.A. evidenzia l’impatto dell’attività vulcanica sull’attività idraulica del torrente Lavinaio-Platani e Pozzillo. A cura di Giovanni Tringali (*)

Il vasto bacino imbrifero del torrente Lavinaio-Platani, che interessa il versante SE dell’Etna, comprende le contrade monte Cicirello, Tarderia, Monte Po, Sciamorolupo, Passo Cannelli spingendosi sull’Etna a quota 2.100 m. s.l.m fino al displuvio di Serra del Salifizio che definisce la parete Sud della Valle del Bove. Ad Est il predetto bacino idrogeologico è contiguo con quello del torrente Linera Grande e Piccolo i quali confluiscono nel Pozzillo.

Si tratta di un’ampia area a forte acclività che include gli antichi collassi calderici del centro vulcanico primordiale di Monte Po avvenuti verosimilmente prima della formazione della Valle del Bove, pressoché smantellato a sud dall’attività erosiva di corrivazione delle acque meteoriche che afferiscono prevalentemente al torrente Lavinaio-Platani che oggi costituisce il principale solco torrentizio più attivo del versante SE dell’Etna. Come bacini secondari comprende il Carbone, il Petrazzi, Il Valdemone ed il Gorna per una complessiva superficie di 46.7 Kmq la quale, come estensione, sta al terzo posto tra i bacini della fascia jonico-etnea dopo i torrenti Minissale e Macchia. Il perimetro del bacino imbrifero si estende per 41.2 Km ed è il terzo come lunghezza dopo il quello del torrente Pozzillo e del Minissale. Le contrade monte Cicirello, Tarderia, Monte Po, Sciamorolupo, Passo Cannelli si presentano nemorose, tuttavia vi sono molte aree disboscate e prive di vegetazione arbustiva e di suolo compatto per estesi movimenti di terra dovuti al taglio raso dei castagneti e del conseguenziale trasporto del legname con automezzi pesanti che percorrono tracce aperte da pale meccaniche che contribuiscono non poco a rendere il suolo incoerente e quindi facilmente asportabile dal ruscellamento delle acque meteoriche. Il cancro corticale del castagno, causato dal fungo Cryphonectria parasitica (Murr.) che sta vieppiù colpendo su vasta scala i castagneti etnei rende necessario, quale intervento di contrasto radicale, il taglio raso bel bosco così come suggerisce anche il Corpo Forestale dello Stato. In caso di evento idrico di notevole intensità le acque di ruscellamento sono quindi in grado di asportare notevoli volumi detritici e di dare origine a cospicue masse fangose che corrivando a valle possono esondare dove le sezioni idrauliche sono state ristrette da inopportuni interventi antropici e dall’attività vulcanica che ha invaso e mantellato gran parte del bacino imbrifero e la stessa asta torrentizia deviandone più volte l’alveo. Quello attuale è quindi un neoalveo formatosi in tempi recenti che riceve a sinistra, poco prima del Salto del Corvo, le acque piovane di un piccolo torrente di recente formazione (posteriore all’anno 1000) che si genera a SO di Monte Ilice a che sovrasta l’abitato di Fleri e a destra, presso la contrada Piattaforma a Monterosso Etneo, frazione di Aci S. Antonio. Il predetto solco torrentizio riceve altresì le acque piovane del torrente Gorna che nasce a monte della Fossa del Pero e che costeggia a Nord e Nord-Est l’omonimo cono vulcanico, cosi chiamato perché al suo interno si formava un piccolo laghetto (gurna). Da fonti storiche si evince che il monte Gorna è un cono vulcanico formatosi nel 396 a.C. per cui si deduce che l’attuale alveo del torrente Gorna debba essere posteriore a tale data. Dalla contrada Piattaforma alla frazione santantonese di Lavinaio il torrente Lavinaio-Platani, dopo avere ricevuto le acque dei suoi affluenti, decorre verso Est lungo una faglia sede di anomalie termiche verosimilmente dovute all’intrusione magmatica del 1329 che ha formato il cono vulcanico di Monte Rosso e le sciare laviche di S. Maria La Stella. Poco prima dell’abitato di Lavinaio, piega a Sud in quanto deviato da un’antica colata lavica non datata; in tale tratto il greto del torrente è formato da lave ben levigate al contrario delle lave dell’ultimo tratto in prossimità di Aciplatani e fino alla foce a Capomulini che invece sono poco levigate a indicare che si tratta di un neo-alveo.

E’ verosimile quindi che il torrente Lavinaio abbia trovato spazio al deflusso delle sue acque in un antico solco torrentizio in prossimità dell’abitato di Lavinaio mentre più a valle a partire dalla chiesa di S. Maria di Porto Salvo ad Aciplatani e fino a Capomulini dove si trova la foce è evidente che si tratti di un neo alveo formatosi a seguito della deviazione causata dalla corrente lavica che ha formato il promontorio della Gazzena. Sostengono questa tesi le lave scarsamente levigate e la ristretta sezione idraulica dell’alveo rispetto al tratto più a monte. Nell’opera postuma “Storia Naturale e Generale dell’Etna” di Giuseppe Recupero, pubblicata a Catania nel 1815 dal nipote Agatino Recupero, vi è un importante chiave di lettura per comprendere meglio la genesi della catastrofica alluvione del 4 settembre 1761 che determinò in molti punti l’esondazione del Lavinaio-Platani e per capire l’origine dell’oronimo di Monte Stimpatu in località Piano del vescovo. Infatti si legge: ”La montagna dell’Arcimisa (ndr Monte Arcimis derivato da Artemisia) restò in gran parte seppellita da questa copiosa e alta corrente di lava (eruzione del 1792) , la quale empì la profondissima valle del sig. Gioacchino a segno di non lasciarne il menomo vestigio. Da qui il torrente focoso diviso in cinque braccia proseguì il suo corso nelle contrade di Cassone” . La profondissima valle verosimilmente si era formata dall’erosione del torrente dell’Acqua Rocca degli Zappini che doveva essere un affluente importante del Lavinaio-Platani il cui alveo presumibilmente aveva scavato un profondo solco tra Monte Stimpatu e Monte Arcimis. La profondità della valle deriva dall’incoerenza del materiale piroclastico del cono vulcanico che era facilmente asportabile dalle piene del torrente e quindi doveva essere una sorta di profonda forra. Tale vallata è stata colmata e mantellata dalla lava dell’eruzione, iniziata il 12 maggio del 1792, il cui volume effuso in circa un anno di attività si aggira sui 90 milioni di metri cubi. Poiché la scomparsa della forra ha cancellato la timpa il cono è stato chiamato monte “stimpato”; oronimo siciliano del tutto appropriato alla dinamica degli eventi. Sicuramente un ruolo importante nel condizionare le piene del Lavinaio-Platani hanno avuto alcune eruzioni preistoriche e storiche che hanno interessato il suo bacino imbrifero. Tra le eruzioni storiche quella iniziata il 18 dicembre del 1634 durata circa due anni (con un’incandescenza degli hornitos protrattasi fino al 1638) ha impattato indubbiamente in modo rilevante sui volumi di piena del suddetto torrente. La frattura eruttiva si è estesa sotto la Schiena dell’Asino da quota 2100 a quota 1950 m s.l.m. In tale eruzione vennero emessi ben 150 milioni di metri cubi di lava effusa nella parte medio-alta del bacino imbrifero che ha interrotto la continuità del bacino imbrifero tra la parte più a monte (serra del Salifizio) e quella posta a quota più bassa ridimensionando notevolmente la capacità di corrivazione delle acque meteoriche ed i volumi di piena. Da ciò si desume che prima del 1634 le piene del torrente Lavinaio-Platani dovevano essere veramente imponenti dato che il bacino imbrifero non era stato ancora invaso dalle correnti laviche delle eruzioni del 1634 e del 1792 i cui estesi espandimenti hanno coperto vaste aree degli impluvi soprattutto in contrada Cassone e Monte Cicirello. Le due eruzioni hanno avuto quindi un importante impatto sui bacini imbriferi del Lavinaio-Platani e sul torrente Pozzillo attenuando la pericolosità delle loro piene. Tuttavia mentre la criticità della foce del torrente Pozzillo, che il 13 marzo 1995 ha esondato invadendo lo stabilimento delle acque minerali, è stata eliminata non altrettanto si può dire per il Lavinaio-Platani la cui pericolosità resta molto elevata perché la piena non contenuta nelle sezioni idrauliche ristrette della foce si abbatte sulle case adiacenti mettendo a repentaglio l’incolumità delle persone che vi abitano.

(*) Direttore dell’I.R.M.A. di Acireale, responsabile del comparto “Ambiente e Salute” del Centro Regionale Informazione ed Educazione Ambientale (CRIEA)

 

 

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